Tamar Pitch, Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza. Laterza, Roma, 2013. Recensione di Anna Simone

Tratto da:

http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=529:tamar-pitch-contro-il-decoro-luso-politico-della-pubblica-decenza–laterza-roma-2013&catid=85:libri&Itemid=288

Come è noto a tutte e tutti il garantismo penale, così come ogni forma di tutela della libertà, non prescinde mai dalla forma della politica, o meglio dalle retoriche discorsive che spesso si traducono in uno stile, in una modalità, in un indirizzo che di volta in volta si danno i tutori della governance. Più o meno a partire dagli anni ’90 la parola d’ordine era “sicurezza”, ma se qualcuno in Italia provava a legarla al welfare e dunque ad un nuovo alfabeto dei diritti più prossimo a coniugare relazioni virtuose tra territori ed esercizio della cittadinanza attiva, negli Stati Uniti diventava già neoliberismo ovvero “ideologia sicuritaria”: una forma della politica repentinamente importata anche da noi. Chi ricorda i saggi critici di Wacquant sulla “tolleranza zero” -voluta da Rudolf Giuliani- e le sue tesi sul passaggio dal sociale al penale, sa bene quanto questa traduzione italiana si sia incarnata, negli stessi anni, nel securitarismo targato prima Lega Nord e poi, purtroppo, recepito anche dal centro-sinistra.

Oggi, quel modello politico basato sull’uso e la strumentalizzazione della paura dell’altro -molto più indotta che reale- e sull’ideologia securitaria appare lontano, quasi desueto. La crisi economica e la litania dell’austerity sono il nuovo refrain, ma non possiamo neppure dire che quelle retoriche discorsive siano scomparse del tutto, semmai si sono trasformate, hanno altri nomi, si muovono su altri piani. Se ne è occupata Tamar Pitch, attenta sociologa e filosofa del diritto, nonché nota femminista, nel suo ultimo pamphlet dal titolo piuttosto esplicativo: Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza (Laterza, pp. 81).

La nozione di “decoro urbano”, infatti, viene usata e sbandierata a destra e a manca –non v’è ordinanza amministrativa voluta dai cosiddetti sindaci-sceriffo di destra e di sinistra che non porti questa dicitura nell’incipit-  per garantire un nuovo ordine sociale basato sulla pubblica decenza, cioè su un neo-moralismo di ritorno, tendenzialmente ipocrita e facilmente svelabile in quanto determinato dalla “falsa coscienza” del potere. Lo dimostrano, ancora una volta, le categorie dei soggetti ai quali si rivolge la retorica del “decoro urbano”: ultras, tossicodipendenti, prostitute, immigrati e immigrate, donne, “nomadi”, mendicanti, lavavetri, giovani “dediti al bivacco”. Al solito, dunque? No, la litania del decoro urbano si muove secondo altri principi andandosi a situare persino oltre il penale. Spesso la sanzione è solo amministrativa, si pensi alle ordinanze comunali, oppure ai provvedimenti disciplinari, di ordine preventivo, come il DASPO e altre amenità. La novità rispetto all’exploit dell’idelogia securitaria è rintracciabile in almeno due punti: si puniscono   condotte o anche solo modi di essere a prescindere dal fatto che queste producano fattispecie di reato; il passaggio dal penale all’amministrativo tende a rafforzare solo alcuni poteri, per esempio quelli dei sindaci. Una forma di controllo sociale diffuso che mira –per usare una formula foucaultiana- ad organizzare pratiche discorsive ed indirizzi politici basati sulla “condotta delle condotte” ovvero sulla rottura definitiva del nesso virtuoso tra libertà ed eguaglianza. Come sostiene a giusto titolo Tamar Pitch, con un linguaggio chiaro e acuto, l’individualismo sfrenato a cui ci condanna questo tipo di ordine sociale non va di pari passo con la possibilità di esigere altrettanti diritti di libertà. Al contrario produce un rovescio negativo che di volta in volta tende a stigmatizzare interi “gruppi sociali” inchiodandoli ad una identità posticcia, costruita secondo i criteri di presunte “pericolosità sociali”, per di più a partire da un principio estetico.

L’esito è chiaro e molto ben esplicitato nel volume. Il discorso pubblico figlio della crisi dello stato di diritto e dei diritti si muove a partire da due binomi concettuali: decoro/indecenza, perbene/permale.

Il decoro, oltre agli esempi dei cosiddetti soggetti “devianti” o presunti tali riportati sopra, mira anche altrove e cioè alla necessità di porsi sul piano di una nuova forma di “giustizia” misurata quantitativamente, quasi matematicamente e simboleggiata dalla retorica “meritocratica”, un dispositivo neoliberale che segna il superamento della logica secondo cui l’accesso (alla scuola, alla formazione etc.), dunque l’eguaglianza sostanziale, dovrebbe venire prima di qualsivoglia procedura darwiniana e competitiva. Il resto afferisce alla sfera dell’indecenza, anche qualora si manifesti come pratica di libertà. Le condotte, invece, segnatamente stigmatizzate a seconda dei contesti sociali in cui si manifestano (un finanziere cocainomane non viene certo trattato come un piccolo spacciatore, così come una prostituta trovata morta sulla Salaria non merita lo stesso trattamento di una escort di lusso) tendono a collocarsi sul crinale perbene/permale. Una dicotomia retorica, simbolica e sostanziale che Tamar Pitch riprende a partire dal nesso che intercorre tra sessualità e potere, facendo esplicito riferimento al periodo relativo agli affaires del premier Berlusconi. Infatti chi, più delle donne, è storicamente soggetto a questo tipo di dicotomia basata sulla condotta sessuale?

Tuttavia, la fotografia di un simbolico e di un reale piegati da questa nuova ideologia del “decoro” tracciata da Tamar Pitch, non si ferma ad una mera analisi del presente. In chiusa l’autrice prova ad individuare anche qualche elemento in grado di restituirci quel bisogno di desiderare e praticare ancora una forma della politica più incline ad una storia di sinistra che, progressivamente, procede verso l’estinzione.

Le pratiche attorno alla difesa e alla restituzione dei beni comuni, contro la logica delle privatizzazioni, il bisogno di ri-lavorare di relazione contro l’individualismo proprietario che regna sovrano da anni, sono  esempi positivi che l’autrice valorizza e che considera come exit possibili. Ma la differenza, rispetto ad altri saggi che circolano su questi temi, in questo caso è data dalla modalità che si propone. Non si tratta solo di un’analisi o di un mero elenco astratto delle pratiche di resilienza messe in campo da varie soggettività per resistere al presente. Si tratta, piuttosto, di riprendersi il desiderio, il corpo, la libertà a partire da noi, ovvero dalla consapevolezza di essere tutte e tutti delle soggettività incarnate.  Dopodiché, oggi, ogni volta che da parte femminista si evoca la libertà, bisognerebbe parallelamente anche chiedersi quanto, di fatto, non andrebbe più sganciata dal bisogno di ripensare una nuova eguaglianza sociale, un nuovo welfare, per tutte e per tutti. Forse è proprio questa la sfida che il femminismo ha dinanzi a se nei prossimi anni, altrimenti che ce ne facciamo della libertà se riguarda solo chi ce l’ha già?

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