La tortura nelle carceri italiane

Intervento di Giuseppe Mosconi al Convegno del 7 Giugno “Senza torture. Uno stato che non uccide”

Stando un po’ alle indicazioni dell’argomento che mi è stato posto svilupperò, anzi menzionerò, perché non abbiamo appunto molto più tempo, quattro aspetti che ritengo cruciali per dare una risposta a questa domanda. E uscendo da un’idea così generica che ovviamente la detenzione e l’ergastolo a maggior ragione induce, tanto più nelle situazioni di sovraffollamento che caratterizzano l’istituzione penitenziaria oggi, una dimensione di sofferenza tale che secondo il senso corrente, diciamo così, potremmo dire che costituiscono una tortura, una tortura del giorno per giorno, dell’incertezza, delle prospettive, del depauperamento estremo in cui questo stato detentivo può spesso condurre le persone. Ma cerco invece di focalizzare più puntualmente e in modo più appropriato degli aspetti che mi inducono a rispondere alla questione che è stata proposta.
Un primo aspetto ritengo debba concentrarsi sul legame che c’è tra le caratteristiche che l’ergastolo in quanto tale assume, proprio come concezione di pena, e il modo in cui la pena, complessivamente intesa, nella realtà carceraria non può non disattendere le sue ispirazioni originarie, cioè quei riferimenti di legittimazione della pena in quanto tale, che la dovrebbero distinguere, nel pensiero moderno, da ciò che era la tortura nei secoli bui del medioevo e del tardo medioevo, dell’inquisizione e del supplizio, che chi ha presente la storia della pena nel carcere ben conosce. In quanto la pena promossa nel pensiero moderno dall’illuminismo deve rispondere classicamente a tre requisiti, non contemporaneamente, ma, insomma, nell’arco di un tempo abbastanza contenuto, questi sono stati individuati, che la dovrebbero sottrarre appunto ai tratti tipici premoderni della coazione fisica e dell’induzione di una sofferenza esacerbata, quale appunto quella del supplizio, della tortura. Ora se la pena va pensata come retribuzione, non solo il principio della retribuzione non può venire rispettato per tutta una serie di motivi che riguardano la sproporzione inevitabile tra la reazione punitiva attraverso la reclusione, qualitativamente appiattita in un’unica misura quantificata in termini di tempo e invece la grande diversificazione di beni lesi attraverso le diverse figure criminose. Per cui è difficile da questo punto di vista, questa era l’osservazione principale, e molte altre se ne potrebbero fare, parlare effettivamente di una funzione retributiva della pena come scambio di entità equivalenti, dato che queste entità poi variano anche a seconda della collocazione sociale della persona, della sua estrazione sociale, della sua rete di risorse cui può far riferimento anche in stato di condannato, delle particolari condizioni detentive in cui si può trovare. Ma per quanto riguarda l’ergastolo questa sproporzione, questa irrintracciabilità insomma, dell’aspetto retributivo, è drammatizzata da una variabile che fa parte della natura delle cose e che è assolutamente non governabile, cioè la gravità della condanna commisurata, non alla gravità del reato, ma ahimè, ovviamente, alla lunghezza della vita della persona. Cioè la pena è più o meno afflittiva, più o meno appunto induttrice di sofferenza, a seconda di quanto l’accidente più o meno naturale della lunghezza della vita della persona venga a definirsi. E in questa situazione di incertezza, la concessione o meno di misure alternative induce un ulteriore elemento di incertezza, un ulteriore elemento di sospensione che concretamente mantiene poi lo stato afflittivo dell’esperienza dell’ergastolo in una dimensione di penosità ancora più inquietante ed angosciosa. Cioè l’incertezza del proprio futuro legata non solo alla durata della propria vita, ma anche alla ottenibilità o meno, dopo un arco di tempo ovviamente estesissimo, di eventuali misure alternative.
Un altro aspetto cruciale della modernità della pena, in tempi più recenti ovviamente, in successione temporale, come ben si sa è la rieducazione. ma la questione che qualitativamente la pena preveda una non possibilità di ri-appartenenza sociale, una non possibilità di nuovo inserimento, nella società dei cittadini onesti, e quindi un’espulsione a vita da questa dimensione, appiattisce il concetto di rieducazione a una pura questione di foro interno, cioè una specie di conversione cui il soggetto è chiamato nel suo atteggiamento così da potersi redimere, diciamo così, in una mutata consapevolezza che passa attraverso un pentimento connesso alla dimensione della sofferenza. Ma questo è esattamente il risultato cui la tortura mirava. Cioè è il risultato del pentimento dell’anima a prezzo dell’afflizione del corpo. E in questo senso quindi la rieducazione non è più coniugabile nei termini moderni del concetto di rieducazione come ritorno alla costruzione di un legame sociale apprezzabile. E in terzo luogo la prevenzione, che dovrebbe consistere, se la consideriamo dal punto di vista di una pena già erogata, sia in una deterrenza nel compiere atti futuri di violazione appunto della legge, sia in un’acquisizione di una attitudine consapevole che dovrebbe prevenire dal compimento di questi atti, di questi comportamenti, nel termine appunto di una prevenzione speciale, ma qui la prevenzione non è più neanche strutturalmente un problema che si può porre, nel senso che il detenuto in regime di ergastolo è già in una dimensione tale che si presume lo neutralizzi strutturalmente, dal punto di vista motivazionale, dal punto di vista del contesto fisico, del sistema di relazioni cui è sottoposto, dal poter compiere altri reati, in linea di massima, ma insomma strutturalmente diciamo che l’elemento preventivo è fortemente ridimensionato. Non solo, ma l’elemento preventivo in questo senso resta sospeso tra l’idea di poter un giorno eventualmente rientrare nella società, cosa resa sostanzialmente impossibile, tale per cui, avendo già, come i fatti poi insegnano, ottenuto un’afflizione massima, non ho più niente da perdere e quindi posso compiere qualsiasi tipo di reato, in teoria, per cui tanto più di così non mi possono condannare, e anche questa è una deformazione dal punto di vista concettuale assolutamente inammissibile. Però d’altra parte questa idea vaga della liberazione condizionale o l’eventuale semi libertà dopo i 28 anni, se viene negata non ha più neanche…
Io vorrei focalizzare questo stato di sospensione, per cui da un lato non ho più niente da perdere, per cui anche in carcere giustamente mi comporto come voglio, opporre mantengo un vago riferimento ipotetico a un beneficio chissà come, chissà quando, che mi tiene, ripeto, in uno stato di sospensione. Questa difficoltà di riferimenti, questa estrema difficoltà di dare significati, di decodificare il proprio stato, di capire quale può essere la propria appartenenza sociale, di capire in fondo quale può essere la propria dignità, di capire quale può essere la propria identità e umanità, ecco, questo credo che induca senza termine una sofferenza penetrante, una sofferenza logorante, assimilabile per diversi aspetti a una dimensione di tortura. Ma io prima ancora di parlare della tortura relativa al vissuto, parlerei di tortura nei termini di un ridischiudersi in termini, appunto drammatizzati, di quel contenuto torturante che era tipico dell’afflizione premoderna, e quindi una regressione evidente, l’abbandono, già diciamo così, teorico-dottrinale, di quei riferimenti, che invece dovrebbero, dal pensiero classico, da Beccaria in poi, sostenere l’umanità e la dignità della pena come proporzionata e come appunto non lesiva, diciamo, della dignità umana dal punto di vista sostanziale.
Ecco, da questi punti di vista credo che l’ergastolo sia assimilabile alla tortura, per ragioni storiche, per ragioni filosofiche, per ragioni giuridiche.
E vengo a un secondo punto. Io ringrazio chi mi ha invitato a questo convegno perché mi sta dando modo di approfondire e focalizzare meglio delle cose che ho scritto, non per fare pubblicità alla nostra rivista (lo dico sorridendo), cioè Studi sulla questione criminale, nel primo numero dell’anno scorso, in cui appunto avevo focalizzato le cose che riguardano l’ergastolo in quanto tale, come il massimo della pena, come distorsione della pena. Ma in effetti riflettendo sulla tortura mi sono concentrato nel focalizzare degli aspetti che mi portano a rispondere in questo modo alla domanda che mi avete posto, ecco elementi che in questo scritto non sono presenti.
E un secondo aspetto, di cruciale importanza, è la dimensione del tempo, del rapporto con il tempo, che si determina appunto nella realtà del carcere oggi. E qui una cosa, che ho anche elaborato da tempo, ma ritorno su un aspetto cruciale, un aspetto fondamentale, cioè la sfasatura profonda che c’è tra il modo in cui si gestiscono i conflitti attorno all’esperienza del tempo nella società esterna e l’appiattimento e l’impossibilità di gestire adeguatamente questi conflitti nell’esperienza temporale interna, in termini tali per cui il soggetto non è più attore, non è più protagonista, non ha più spazi reali di manipolazione dell’esperienza temporale, così da poter essere reattivo rispetto ai condizionamenti esterni. E nella società esterna noi gestiamo gli aspetti alienanti oppressivi etero diretti del tempo che attraversiamo quotidianamente con delle tecniche di manipolazione di reazione che ci consentono in qualche modo di costruirci un’identità nelle scelte che facciamo. Non mi trattengo a lungo su questo concetto, ma l’esempio più evidente è la differenza che c’è tra tempo libero e tempo liberato, dove il tempo libero è il tempo codificato e ritualizzato del riposo dentro i ritmi di una metropoli, o dentro le scansioni temporali delle stagioni, delle settimane, delle ricorrenze, delle annualità eccetera, mentre il tempo liberato è tutto ciò che noi riusciamo a programmare e a gestirci alterando, diciamo, la ritualità ritmica e opprimente dell’esperienza temporale socialmente indotta. Oppure un altro aspetto è la tensione che c’è tra tempo scarso e tempo abbondante, cioè, dove noi abbiamo una tensione continua tra liberarci, spezzoni di tempo dove la tecnologia ci aiuta in questo, accelerando operazioni o spostamenti nello spazio, ma nello stesso tempo questo ci consente il raggiungimento di una serie di opportunità tali per cui il tempo non ci basta mai, per cui il nostro gioco è quello quotidiano di cercare di contemperare la enorme elefantiasi di sollecitazioni, che il tempo tecnologicamente semplificato e accelerato ci consente di raggiungere, e un tempo però che ci viene sottratto appunto dalla grande quantità di queste sollecitazioni e quindi sempre scarseggiante.
Ecco, questi due aspetti, per fare questi due esempi, ma molti altri se ne potrebbero fare, sono inesistenti in carcere, cioè, in carcere il tempo è così abbondante, il tempo è così vuoto, il tempo è così rarefatto, da non consentire una sua utilizzazione proficua, da non consentire una sua utilizzazione attiva, da non consentire una capacità di progettualità e di manipolazione in cui il soggetto possa identificarsi positivamente, perché è un tempo sì abbondante, ma totalmente etero diretto. Così come il carcere è d’altra parte un tempo talmente libero, talmente e paradossalmente, cioè talmente disgiunto da richieste alle quali si associa una positività sociale, legata all’idea dello scambio tra le mie capacità, le mie proprietà, le mie prerogative, e l’utilità che attraverso le stesse posso offrire agli altri, ciò che quindi è lo scambio produttivo sul piano del legame sociale, per cui questo tempo così assolutamente libero non è liberabile, cioè non è un tempo che può essere riorganizzato dal soggetto secondo dei suoi intendimenti attivi che lo inducono a dei riferimenti sociali positivi, che potrebbe soddisfare grazie alle sue capacità, o alle sue conoscenze. Quindi questo tempo piatto, vuoto, opprimente, non organizzabile, che caratterizza l’esperienza detentiva, è sì, questo sì, un tempo di grande sofferenza. E allora se questo tempo di grande sofferenza della pena nella società di oggi è particolarmente afflittivo, perché il carcere invera materialmente un residuo di temporalità del tempo industriale, cioè di un residuo di temporalità legata alla prima società industriale, dove il tempo era scambio, era valore, in una società in cui invece il tempo è plurale, dinamico, parallelo, coesistente, frammentato, cangiante, eccetera, qual è quello della nostra temporalità, e quindi ha ibernato un’idea del tempo proto industriale in una società postmoderna, e in quanto tale quindi induce una dimensione di sofferenza enorme, ma l’ergastolo in questo senso è estremamente afflittivo, cioè se di per sé 10 anni di pena oggi sono sicuramente più afflittivi di 10 anni di pena quarant’anni fa, per i motivi che ho appena detto, per la perdita di opportunità e per la sfasatura tra tempo esterno e tempo interno, il carcere a vita induce una sofferenza davvero enorme. Cioè, davvero una morte civile, una morte totale, che non ha misura rispetto a un’idea di pena umanizzata.
E qui vengo al terzo punto che volevo toccare, cioè quello della centralità della persona nella ridefinizione della pena, che dall’illuminismo in poi è stata proposta e celebrata, come il riferimento della dolcezza della pena, cosicché anche la nostra Costituzione, quando all’articolo 2 parla di tutela della persona umana e della dignità della persona, noi non possiamo non pensare a una legge che comunque decida nei termini del necessario rispetto della dignità della persona come prerogativa di qualsiasi sua manifestazione, se vogliamo esser coerenti alla Costituzione. Qui bisogna dire che già nel pensiero di Beccaria c’era una notevole ambiguità, ma Beccaria doveva uscire dalla pena di morte, cioè Beccaria ha una posizione decisamente ambivalente in merito alla accettabilità dell’ergastolo, contro l’inaccettabilità della pena di morte, perché dice: sì, l’ergastolo è accettabile perché non annulla la vita, ma nello stesso tempo rappresenta una forma di afflizione talmente intensa, già lui stesso lo riconosceva, da risultare ancora più scoraggiante rispetto al compimento di nuovi reati, rispetto alla stessa pena di morte. In questo senso quindi, salvando da un punto di vista filosofico, diciamo, il rispetto della vita attraverso la negazione dell’accettabilità della pena di morte, però gestiva, diciamo così, l’afflizione penale in termini funzionali, in termini già postmodernamente forse in un certo senso in termini paradossali, orientati più all’utilità della pena che alla sua ineccepibilità dal punto di vista del rispetto dei principi, che, insomma, sollevano degli interrogativi sulla coerenza sostanziale di una posizione di questo genere. Ma se già quest’ambivalenza, e questa perplessità quindi, inevitabile che si dischiude agli occhi del lettore relativamente a queste valutazioni, era presente nella modernità, nella situazione di oggi è decisamente estremizzata, cioè rappresenta decisamente qualcosa di inaccettabile, nel senso che le considerazioni che ho fatto prima, e il fatto che quindi l’ergastolo rappresenti, come intitola quest’articolo, il massimo della pena, cioè rappresenti la deformazione estrema di quelle deformazioni che già albergano nelle concettualizzazioni dei fondamenti della pena, in quanto poi si limitano a puri principi assolutamente disattesi alla luce della concretezza, della realtà dei fatti, perché non ce n’è uno degli elementi del Diritto Penale classico che sia comprovabile come efficace dal punto di vista della sua effettività materiale, e il mantenere questi aspetti estremi, diciamo così, nella loro estrema deformazione, all’interno della nostra legislazione significa accettare che l’ergastolo è puramente una forma di vendetta sociale, è puramente una reattività emotiva a reati abnormi, è puramente una forma di incapacitazione di persone che vengono ritenute particolarmente pericolose, cioè puramente una forma di reazione collocata tra l’espediente tecnico e, sul versante adesso paradossalmente fortemente connesso, cioè lo sfogo emotivo e il bisogno di vendetta, che nulla ha a che fare con il rispetto, con la pena in quanto rispettosa della dignità umana. E in questo senso ritengo che anche qui l’ergastolo mantenga una dimensione premoderna e ci avvicini quindi alla dimensione della tortura.
E quindi i tre punti che ho sollevato mi portano a dire: sì, l’ergastolo è una forma di tortura, ma non perché è particolarmente penoso, quanto perché ci porta alla deformazione assoluta in quanto massimo della pena, rispetto ai principi che dovrebbero portarci ad abbandonare la tortura, cioè ci porta a una involuzione premoderna che è sintonica con la barbarie tipica della tortura.
E concludo con tre considerazioni.
La prima è: che ciò è tanto più vero quanto più l’ergastolo è minacciato e agito per estorcere collaborazione di giustizia, e questa funzione effettivamente c’è e non può andare trascurata.
Seconda: l’ergastolo proietta in un cono d’ombra le sue proprietà negative sull’interezza della realtà punitiva del carcere in quanto tale, quindi sulla discutibilità dei suoi fondamenti, in termini giuridico-filosofici. E per tanto questa punta dell’iceberg per cui l’ergastolo è la manifestazione più evidente di ciò che è il carcere, di ciò che è la pena, non può non indurci ad aperture verso altri approcci, che, dal pensiero neo garantista, al pensiero abolizionista, alla nuova prevenzione tra i punti che vengono trattati in questo mio scritto, insomma risvegliano nella prospettiva di abbandonare la sanzione detentiva come la principale sanzione, quantomeno da diversi punti di vista e con diversi accenti teorici, come la principale sanzione reattiva alla violazione della legge penale, se ancora la legge penale si dovesse conservare. E in questo senso quindi la prima cosa da abbandonare è l’ergastolo, ovviamente. Cioè se si tratta di risalire una china, che dalle deformazioni della penalità ci riporta all’aspetto sostanziale della dignità della persona umana, ovviamente la prima misura da abbandonare è l’ergastolo, per retrocedere dietro un limite massimo, come viene proposto, ma come viene anche di fatto applicato in molti paesi europei, di 10-15 anni come il massimo della pena, in una prospettiva che si estende al superamento della penalità.
E la terza cosa quindi è che non possiamo accettare come alternativa all’ergastolo pene lunghissime pluridecennali, come in parte era stata costretta a fare anche la Commissione Pisapia nelle dialettiche, nelle discussioni che tra le diverse posizioni che albergavano in quell’esperienza si sono confrontate, perché una pena pluridecennale, che in realtà copre strutturalmente l’intero arco della vita di una persona, si insinua un’ulteriore ambivalenza e un’ulteriore deformazione. Una specie di presa in giro, detto brutalmente, rispetto a ciò che viene promesso, anche se non va disconosciuto il fatto che, abbandonata l’idea della pena a vita, un piccolo passo in avanti si è fatto.
D’altra parte non si può concedere la sospensione dell’ergastolo in relazione alla buona condotta in carcere in quanto tale, perché allora torna la funzione dell’ergastolo come tortura, come minaccia, come coazione rispetto alle proprie convinzioni, ai propri comportamenti.

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