Richiedenti asilo e accoglienza sostenibile. Una ricerca nella provincia di Padova

18 ottobre, Sala Seminari di Palazzo Cesarotti, ore 17.00-19.00

L’accoglienza dei richiedenti asilo a Padova e provincia: una ricerca qualitativa

Introduce e coordina:
Francesca Vianello
Presenta la ricerca:
Omid Firouzi Tabar

Discutono:
Marta Nalin, Assessora alle Politiche sociali del Comune di Padova
Nicola Grigion, Responsabile Sprar Triveneto
Roberta Polese, Corriere del Veneto

Mercoledì 18 ottobre alle ore 17.00 presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova presenteremo i primi risultati di una ricerca qualitativa che, partendo da alcuni dati statistici, si è proposta un duplice obiettivo: quello di verificare il rapporto tra le previsioni normative in materia e le situazioni materiali vissute all’interno delle strutture dell’accoglienza e quello di sviluppare un’analisi comparativa tra le condizioni di vita all’interno del CPA di Bagnoli e quelle monitorate nel contesto della cosiddetta “accoglienza diffusa”.

Guardando ai dati a disposizione ciò che colpisce maggiormente è la totale inadeguatezza delle forme ordinarie dell’accoglienza e la pressoché totale delega della gestione del fenomeno a strutture di tipo emergenziale. I dati aggiornati al maggio del 2017 ci dicono che a Padova e provincia del totale di 2.544 richiedenti asilo, 1.577 (il 62%) sono ospiti presso i centri di accoglienza straordinaria (CAS), 815 (il 32%) nel centro di prima accoglienza (CPA) di Bagnoli e soltanto 152 all’interno del circuito ordinario e cioè del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR). Oltre al predominio assoluto di soluzioni emergenziali colpisce anche il fatto che la quota totale delle presenze è più basso della quota di 2.785 prevista dal Piano nazionale di ripartizione del Ministero degli Interni e dall’ANCI per questo territorio. Questo ultimo dato smentisce la presenza di uno stato di invasione o di assedio, come vorrebbero alcuni retoriche politiche e mediatiche. Un altro dato evidenzia la disomogeneità della distribuzione dell’accoglienza sul territorio: i Comuni interessati a vario titolo all’organizzazione dell’accoglienza sono 43 su 104 e di questi soltanto 10 partecipano ai bandi SPRAR.

Il lavoro si è svolto tra l’autunno del 2016 e l’estate del 2017, ed è stato condotto attraverso interviste in profondità effettuate ai richiedenti asilo ospiti nelle strutture e ad altri attori coinvolti come gli avvocati, gli operatori, i mediatori e i responsabili delle strutture stesse. Per quanto riguarda il CPA di Bagnoli, oltre ad alcune visite all’interno dello stesso, è stata svolta una lunga attività di osservazione etnografica nei dintorni della struttura che ha permesso di instaurare rapporti fiduciari con molti ospiti utili a garantire una rilevazione approfondita delle condizioni di vita dei migranti.

Lungo il corso della ricerca è stato possibile verificare profonde differenze tra la realtà dei CAS e dunque della cosiddetta “accoglienza diffusa” e quella del CPA di Bagnoli. Alcune visite condotte al’interno di questa ex-base militare e la testimonianza di decine di giovani migranti ci restituiscono un’immagine estremamente preoccupante della situazione in corso. Si tratta di un campo (nella logica di qualsiasi CPA) aperto con la funzione di ospitare il richiedente asilo per il tempo strettamente necessario per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale e per la verifica dello stato di salute e di specifici elementi di vulnerabilità. In realtà, i tempi di permanenza si attestano mediamente intorno ai 18-20 mesi durante i quali i migranti sono sottoposti a una vera e propria segregazione territoriale, privati degli interventi e dei servizi indispensabili per la tutela dei loro diritti primari. L’assenza di fornitura di vestiario, di adeguate cure sanitarie, e di supporto legale sono solo alcuni degli elementi atti ad indicare le problematiche condizioni vissute in questa struttura.

Rispetto al contesto di Bagnoli quello dell’“accoglienza diffusa” sembra essere un mondo completamente diverso. Esclusi rari casi i CAS ospitano in ciascuna struttura un numero basso di migranti e, soprattutto dal punto di vista sanitario e legale e della formazione linguistica, riescono a fornire un livello di servizio mediamente adeguato. In questo senso la presenza di pochi migranti in ciascuna struttura e la diversa proporzione tra il numero degli ospiti e quello degli operatori (mediamente di 1 a 10 nell’accoglienza diffusa, di 1 a 30 nel CPA) ci sembrano due elementi estremamente importanti. Ovviamente, anche in questo contesto è rilevabile un’elevata disomogeneità di approcci e di interventi. In particolare, in alcuni casi, invece della ricerca dell’implementazione dell’autonomia dei soggetti orientata a una loro integrazione attiva nel tessuto sociale prevalgono modalità meramente assistenzialistiche che mettono in moto processi di “passivizzazione” e di “infantilizzazione” nei confronti degli ospiti.

Il generale governo emergenziale del fenomeno si accompagna nel nostro territorio a diverse violazioni delle normative europee e nazionali orientate alla tutela dei diritti dei richiedenti, alla situazione drammatica del campo di Bagnoli, a consistenti fenomeni di speculazione su cui alcuni tribunali stanno indagando e alla pressoché totale discrezionalità degli enti gestori nell’organizzazione dell’accoglienza. Questo insieme di elementi, oltre a colpire la libertà e la sfera dei diritti dei richiedenti asilo, tende ad alimentare sentimenti di odio e xenofobia in seno alla popolazione locale.

Un confronto e una convergenza di intenti tra tutti i Comuni di Padova e provincia e le cooperative, associazioni e organizzazioni umanitarie oggi impegnate nell’accoglienza potrebbe agevolare una visione più omogenea e organica del problema, supportare l’individuazione di nuove strutture dove trasferire immediatamente una parte dei migranti ospiti a Bagnoli, e stabilire insieme alcuni standard condivisi per la gestione dei CAS sul territorio innalzandone la qualità.

Crediamo che a questo tipo di sperimentazioni l’Università, mettendo a disposizione importanti elementi di analisi e interpretazione approfondita della situazione in corso come quelli emersi da questa ricerca, possa dare un importante contributo. Un impegno di questo tipo potrebbe porsi anche l’ambizione di sostenere in parte la realizzazione concreta di quel “Piano di ripartizione” pensato dal Ministero degli Interni e dagli Enti locali proprio per smantellare le grandi concentrazioni come quelle che abbiamo visitato a Padova e Provincia, nella direzione della realizzazione di un’accoglienza diffusa e di qualità su tutto il territorio.

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