PRESENTAZIONE EDIZIONE 2020-2021

Master in Criminologia critica e sicurezza sociale.
Devianza, istituzioni e interazioni psicosociali

Periodo: novembre 2020 / settembre 2021

Modalità didattica: frontale

Lingua: italiano / inglese / francese

Posti disponibili: min: 13 / max 40

Contributo di iscrizione: Euro 2.949,00
(prima rata: 1.799,00 euro / seconda rata: 1.150,00 euro)

Modalità di selezione: valutazione titoli

Direttore: Francesca Vianello

Il Comitato scientifico è composto da: Prof.ssa Francesca VIANELLO, Prof. Devi SACCHETTO, Prof.ssa Annalisa Frisina, Prof. Alvise SBRACCIA, Prof.ssa Susanna VEZZADINI

Sede del Master: Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata – FISPPA – Sezione di Sociologia – Via Cesarotti, 12 – 35123 Padova

Scadenza presentazione domanda di ammissione: 2 ottobre 2020
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Descrizione generale: metodi e ipotesi di partenza

 L’analisi critica dei fenomeni criminali e degli stessi concetti di devianza e criminalità, sono le basi, i presupposti teorici e di metodo, che caratterizzano complessivamente l’organizzazione didattica di questo corso.

Tale prospettiva di partenza è orientata a rifiutare l’ipotesi di una “oggettività” del diritto penale che viene invece inquadrato ed interpretato come prodotto, storicamente incarnato, degli interessi delle classi dominanti e delle conflittualità in essere tra essi e le classi subalterne. In tal senso il diritto, le forme di controllo poliziale, il carcere, la videosorveglianza, i campi di accoglienza, i confini ecc – considerati come strumenti di governo – mutano con il mutare dei processi sociali, economici e politici e dei conflitti e delle relazioni di potere tra attori e gruppi sociali differenti.

La sfida che rinnoviamo è quella di leggere l’insieme dei processi sociali afferenti alla devianza, al crimine, e alla loro punizione, come costruzioni sociali, culturali e politiche e dunque di dedicarci, più che all’individuazione dei fattori meramente causali che determinano il comportamento illegale, all’analisi dei processi di criminalizzazione e vittimizzazione.

Questi sono a nostro avviso alimentati dalle rappresentazioni mediatiche della criminalità, nutriti dalla tautologia della paura che colpisce l’Altro e il Diverso, innervati dalle retoriche della comunicazione politica orientate all’acquisizione del consenso elettorale, definiti dalle pratiche selettive e discrezionali degli agenti del controllo (apparati poliziali e giudiziari), “gestiti” attraverso le istituzioni della detenzione (penale, psichiatrica e amministrativa).

La nostra ipotesi è che nelle società odierne, l’etichettamento e la definizione pubblica dei comportamenti devianti e criminali abbia una certa rilevanza per definire le logiche identitarie e di potere che producono inclusione ed esclusione sociale, le trame narrative del razzismo contemporaneo e del suo nesso inscindibile con il sessismo, la declinazione dei conflitti di genere, la distinzione attualizzata tra classi laboriose e classi pericolose. In altre parole un certo modo di gestire il crimine si sviluppa parallelamente a un certo modo di gestire la società, le sue disuguaglianze, i suoi conflitti, soprattutto per reprimere o prevenire questi ultimi.

A partire da questa idea di “selettività” dei processi di criminalizzazione e utilizzando e valorizzando il concetto di “danno sociale”, procederemo anche ad analizzare in profondità quelle forme di criminalità che, per via di un certo orientamento della sfera pubblico-mediatica mainstream, non suscitano allarmi sociali quotidiani. Parliamo ad esempio della criminalità organizzata, dei crimini ambientali, degli “state crime”, e quelli commessi dai cosiddetti “colletti bianchi”.

Questi elementi cruciali nella definizione di ciò che è ordine sociale devono essere analizzati in chiave critica e dinamica. Anche in questi campi, dunque, appare urgente e necessario produrre forme di conoscenza che decostruiscano semplificazioni stigmatizzanti e potenzialmente manipolatorie nei confronti del senso comune. Pur ritenendo utile la ricerca quantitativa e statistica, siamo tuttavia convinti che per attuare questa operazione di demistificazione e per gettare luce sulla complessità e sulle contraddizioni che segnano le relazioni, le reti, le alleanze e i conflitti tra i soggetti e tra i soggetti e le istituzioni, la più adeguata metodologia della ricerca sul campo sia quella qualitativa, uno strumento di indagine che permette allo studioso di immergersi nel contesto analizzato e di rilevare proprio i lati meno visibili e manifesti del comportamento dei soggetti.

Ci sembra dunque importante lavorare intorno all’ipotesi delineata, rilanciando percorsi di ricerca e di formazione che favoriscano il dialogo interdisciplinare e il confronto costante tra ricercatori, ricercatrici, studiosi, studiosi, studenti, studentesse e operatori, operatrici, educatrici ed educatori e attori istituzionali che a vario titolo incontrano nel loro quotidiano soggetti marginali, stigmatizzati, criminalizzati, reclusi.


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