Anna Simone. I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio. Mimesis, Milano, 2010. Recensione di Angela Lamboglia

Tratto da:

http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&view=article&id=227:a-simone-i-corpi-del-reato-sessualita-e-sicurezza-nella-societa-del-rischio-mimesis-2010&catid=85:libri&Itemid=288

Quali relazioni intercorrono tra normalizzazione del comportamento sessuale, strumentalizzazione della violenza sulle donne, utilizzo delle ordinanze amministrative come strumento ordinario di gestione dei territori e detenzione dei migranti nei Centri di identificazioni ed espulsione?

Quali dispositivi vengono messi in atto e quali istanze di sorveglianza, disciplinamento e repressione intervengono in questi fenomeni oggi e in che relazione si trovano con altri dispositivi ed istanze che hanno operato storicamente e che continuano spesso ad interferire con le dinamiche presenti?

Nell’intreccio di questi interrogativi si colloca l’analisi condotta da Anna Simone nel suo ultimo libro “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio”.
L’armamentario è quello foucaultiano, proprio perché l’obiettivo è decostruire gli ordini discorsivi per portare ad evidenza gli effetti del potere e del diritto sui corpi che alla norma del potere e del diritto non sono riconducibili. Corpi indocili che si vogliono riportare ad una normalità indiscussa, ma la cui “gestione” è ostacolata dal fatto che i loro comportamenti non danno vita ad alcuna fattispecie di reato e che ad essere in questione non è tanto la condotta, quanto l’essere stesso dei soggetti; un’a-normalità imputata sulla base di principi accettati acriticamente che determinano un regime di esclusione, attraverso il ricorso a dualismi quali normale-anormale, pericoloso-innocuo, decoroso-indecoroso, regolare-irregolare.

Eppure l’individuazione delle soggettività da normalizzare non deriva da alcuna condizione oggettiva, piuttosto Simone riprende le 4 categorie di Luhmann, selettivitàcomunicazionedecisione eprevenzione, per mostrare come i processi di gestione dei rischi attribuiscano ad alcune situazioni la caratteristica del pericolo, allarmando la popolazione rispetto ad esse e giustificando in questo modo interventi repressivi e azioni preventive che restringono la libertà dei soggetti, e ne trascurino invece altre.
Il riferimento all’Italia è piuttosto esplicativo di questo processo: qui infatti “il processo di selettività dei rischi ha avuto come suo rovescio principale la presa in carico solo di alcuni tra gli stessi rischi, prevalentemente quelli legati ai trend della criminalità e della devianza trascurando tutti gli altri; il processo di comunicazione dei rischi ha avuto come suo rovescio principale la costruzione di allarmi sociali legati a fenomeni un tempo considerati normali e fisiologici all’interno di qualsiasi modalità di mutamento sociale; il processo di decisione politica e giuridica ha avuto come rovescio principale l’escalation delle politiche securitarie..; infine l’ideologia della prevenzione dei rischi ha spesso mostrato il suo rovescio attraverso l’acuirsi di nuovi dispositivi dediti al controllo sociale”. (p. 11)

Potere politico e diritto intervengono quindi nel far emergere alcune categorie e soggetti come oggetto condiviso delle preoccupazioni della cittadinanza “sino a trasformare l’emergere di nuove soggettività in meri corpi del reato. Corpi da gestire e da governare attraverso inediti dispositivi di controllo sociale stigmatizzanti e differenzianti”. ( p. 13)

Il primo capitolo del libro è dedicato al potere normativo dell’eterosessualità, inteso come principio primo di inclusione o esclusione e modello di riduzione a devianza che funge da presupposto e da “banco di prova” per ogni altro meccanismo di discriminazione, ma anche per un potere che dalla sola repressione passa alla produzione delle soggettività da assoggettare, delle eccedenze e degli scarti, sulla base di una definizione dei ruoli sociali che crea inevitabilmente degli esclusi.

E’ interessante quello che Anna Simone scrive riprendendo le considerazioni di Foucault sulla perduta serenità di Herculine Alexina Abel Barbin (nata ermafrodita, dichiarata prima femmina, poi maschio, muore suicida “perché non tollerava la violenza morale della diagnostica medica e delle leggi che volevano attribuirgli/le un “vero sesso” e una “vera identità” nonostante la singolarità della sua vita e del suo corpo” (p. 22), che ricorda del passato il limbo felice di una non-identità e la libertà rispetto al desiderio di raggiungere un sesso piuttosto che un altro, libertà da una sessualità normata da interrogare anche rispetto alle più comuni esperienze che ciascuna e ciascuno compie con riferimento all’identità e alla sessualità e in generale al potere performativo dell’ordine del discorso che, normando la sessualità, procede ad una “identificazione coatta” e a disciplinare l’intera condotta.

Si giunge così alla costruzione di identità schiacciate su ruoli già previsti all’interno di rapporti disciplinati, soggettività definite per mancanza e per difetto “aprioristicamente come bisognose di regolamentazione e tutele particolaristiche” (p. 33), cui il diritto può rispondere solo con nuove norme paternalistiche, che confermano al contempo l’indiscutibilità del principio di esclusione. Un’impasse che Anna Simone propone di superare attraverso la formula “Né uguali, né differenti, ma eccedenti” (p. 36), per tenere presente che l’accesso al diritto non dà la misura, non è sintesi dell’identità, è uno strumento, parte di un percorso più ampio e continuamente oltre quel limite che la norma impone.

Nel secondo capitolo, Anna Simone indaga invece i rapporti tra violenza sessuale, autorità ed evoluzione del diritto penale e “tra la costruzione degli allarmi sociali e la strumentalizzazione del corpo femminile usato come strumento di legittimazione delle politiche securitarie del presente”. (p. 37)

Nella sua ricostruzione l’autrice narra come fino all’età contemporanea fosse ordinario trasformare le vittime degli abusi in imputate, colpevoli di avere una condotta immorale che avrebbe giustificato l’atto dell’aggressore o di essere state incapaci di evitarlo, ma evidenzia anche il fatto che le violenze vengono praticate per la maggior parte da familiari o affini e sul posto di lavoro. Un dato a tutti noto, eppure costantemente oscurato per poter procedere ad un processo di “criminalizzazione indistinta degli uomini immigrati in relazione agli stupri” e alla “strumentalizzazione del corpo femminile usato per legittimare la recrudescenza delle politiche securitarie”. (p. 47)

Qui è da rilevare però il segno di un processo più ampio, dell’affermarsi di una modalità di governance che si basa fondamentalmente, dai decreti alle ordinanze amministrative, sulla generazione e riproduzione di uno stato di allarme che giustifichi azioni repressive e conferimento di poteri straordinari in risposta a presunte o vere emergenze, avulse dai contesti e dalla ragioni che le determinano, azioni punitive che tendono a individuare, isolare e colpire determinate categorie o singoli soggetti utilizzando il più noto dei meccanismi di elusione e mistificazione del conflitto, quello di individuare di volta in volta un nemico, un male, che è causa di tutti gli altri e che di conseguenza assolve ogni altro attore e processo sociale dalla responsabilità di quanto accade.

Questo ci conduce al tema del terzo capitolo e ad una prima analisi del processo per cui si ha una moltiplicazione delle ordinanze amministrative dirette a colpire alcune categorie, i migranti in primis, intese non più come strumenti di intervento temporanei e straordinari, ma come mezzi per regolamentare “condotte non riconducibili a fattispecie di reato”: “I corpi delle prostitute, dei lavavetri, dei giocolieri, dei presunti spacciatori, dei giovani, ma anche i corpi di semplici cittadini, di venditori ambulanti, diventano oggetti da sottoporre a forme diverse di divieto decise per loro dagli amministratori locali”. (p. 57)

Decisioni, quelle contenute nelle ordinanze, che pretendono di esprimere, riflettere, le esigenze sentite della cittadinanza, ma che sono in realtà assunte senza alcuna forma di mediazione, bensì sempre in maniera autoritaria ed esaurendosi nella pura repressione, nel solo divieto di fare qualcosa. Ed ha ragione Simone ad affermare che esse sono diventate “una modalità di gestione dei rischi urbani, uno strumento della governance territoriale” (p. 58) che consente l’imposizione di un certo ordine e il perpetuarsi di meccanismi di esclusione/marginalizzazione sulla base di giudizi circa comportamenti o condizioni che che vengono presentati come devianti, di disturbo per l’ordine, sulla base di criteri mai esplicitati.

Ci si abitua così all’idea “secondo cui i problemi sociali causati da situazioni di difficoltà oggettiva, possano essere risolti attraverso gesti autoritari del tutto incapaci di generare una presa di coscienza collettiva sulle risposte da dare a fasce della popolazione disagiate”. (p. 69)

Ed ecco infine la soluzione per eccellenza, affrontata nell’ultimo saggio, far sparire i problemi, che in questo caso sarebbero i corpi dei migranti, attraverso la reclusione in spazi extra-territoriali, i Centri di identificazione ed espulsione, in una sorta di limbo dei diritti, in attesa dell’espulsione o di un permesso umanitario o di accedere al diritto d’asilo.

Una detenzione vera e propria, e di certo non una modalità dell’accoglienza, che Anna Simone si propone di confrontare con altre istituzioni totali come le carceri e i lager, rilevando come mentre il campo si propone come luogo di eccezione, che risponde provvisoriamente ad un’emergenza mettendo al bando il diverso ed esponendone la “nuda vita” all’arbitrio del potere, “i Cie invece normalizzano e regolarizzano l’emergenza andando a generare una vera e propria geografia sistemica, stabile e funzionale della detenzione amministrativa dei clandestini”. (p. 81)

Vediamo allora come in tutti i casi descritti sia all’opera un’ideologia del rischio, che legittima soluzioni repressive che restringono progressivamente i diritti sulla scorta di uno stato di allarme permanente e non offrono alcuna risposta alle istanze di nuove soggettività politiche o comunque irriducibili al modello normativo che si pretende universale.

“All’interno e all’esterno di questi rapporti si può vedere la doppia mossa del diritto che da una parte eccede se stesso trasformando i diritti soggettivi in mero strumento di intervento penale e securitario in grado solo di ridurre la libertà del singoli e delle singole; dall’altra si lascia eccedere dagli stessi corpi rivelandosi paradossalmente incapace di rispondere alle aspettative delle nuove soggettività che popolano le società complesse della contemporaneità”. (p. 10)

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